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 GUIDO RENI (Bologna, 1575 - id., 1642)
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 Biografie: Reni

 

 


Formatosi alla scuola manierista di D. Calvaert, Reni frequenta a vent'anni l'Accademia degli Incamminati a Bologna, città dove si era sviluppata la ricerca dei fratelli Carracci nell'ambito del rigore classicista e attraverso il recupero di una dimensione moderna del naturalismo. Alla base della sua formazione sono perciò l'approccio con l'antico, la rimeditazione dell'opera di artisti come Raffaello e Correggio e lo studio della cultura emiliana e veneta. Ma ben presto Reni si rende autonomo sia dall'influsso manierista sia dal gruppo di artisti che ruotano intorno ad Annibale Carracci. Dal 1602, anno in cui si reca a Roma, viene a contatto con un ambiente nuovo e stimolante e consolida la propria preparazione, arricchendola anche della lezione caravaggesca.

Ne è esempio una delle prime opere più significative: la Crocefissione di san Pietro dipinta per la chiesa di San Paolo alle Tre Fontane tra il 1604 e il 1605, oggi alla Pinacoteca Vaticana di Roma. Mentre nella precedente opera, l' Assunta di Pieve di Cento, era ancora presente la componente accademica, qui, nella Crocefissione, l'autore evidenzia un suo linguaggio personale trattando un tema analogo a quello proposto nell'omonimo quadro di Caravaggio in Santa Maria del Popolo, con elementi di affinità ma anche di differenziazione. Comune è il tentativo di entrambi di superare la finzione e l'artificiosità barocca, aderendo alla realtà e rendendola credibile. Ma se Caravaggio si propone un contesto dinamico di grande coinvolgimento emotivo e di drammatizzazione, Reni controlla e disciplina la composizione attraverso rapporti e regole di derivazione classicista.

La struttura compositiva è emblematica: Caravaggio pone l'asse della croce in un'audace diagonale che crea un contrappunto dinamico e con la luce indaga violentemente le figure, potenziando l'espressività dei volti e delle mani; Reni dispone la croce sull'asse mediano verticale, in una struttura simmetrica, quindi, di compostezza e di rigore. In questa concezione compositiva e nella tecnica accurata si configura la ricerca estetica di Reni, che è anche modello comportamentale legato alla natura filosofica di quella che sarà definita come «arte d'idea». Questa ricerca così teorizzata si sviluppa dall'incontro con letterati e trattatisti e si pone come mediazione tra arte del sentimento e dimensione del fantastico. Le tematiche che Reni traduce sono religiose, mitologiche e letterarie ma, indipendentemente dai contenuti, il linguaggio è teso in modo costante a teorizzare il bello nell'accezione di morale. G.C. Argan parla di osmosi tra due forme (l'espressione letteraria e quella poetica) e di classicismo staccato dalla realtà e recuperato come bene perduto. Questa componente è già evidente nella contemporanea letteratura manieristica e nella poesia di Tasso, in particolare, dove, sotto la superficie classicista, è latente un sentimento di malinconia e rimpianto.

Reni si fa anche interprete del gusto colto e aristocratico dei committenti e a Roma trova la protezione di Paolo V e di Scipione Borghese. Egli divide la sua attività tra Roma e Bologna: in quest'ultima esegue nel 1605 un affresco nel chiostro di San Michele in Bosco, opera oggi molto deteriorata e quasi illeggibile. Nel 1608 è di nuovo a Roma dove realizza opere prestigiose nella Sala delle Nozze Aldobrandine e nella Sala delle Dame in Vaticano. Intorno al 1610 è impegnato a decorare nel Palazzo del Quirinale la cappella dell'Annunciata e contemporaneamente affresca la cappella Paolina in Santa Maria Maggiore. Al ritorno dall'ultimo soggiorno romano Reni lavora, tra il 1611 e il 1612, a Bologna, a una delle opere che più esprimono la poetica dell'idea: la Strage degli Innocenti (Pinacoteca nazionale, Bologna). In quest'opera è evidente la lezione di Raffaello delle Stanze Vaticane e il recupero di una gestualità antica. È presente un tono melodrammatico, sottolineato dal fitto incrociarsi di gesti non privi di ostentazione; lo sfondo architettonico si integra alle figure di primo piano articolate in scorci complessi. In quest'opera viene a definirsi sempre più la concezione di una bellezza «morale» che non si identifica necessariamente con quella di natura. Intorno al 1613-14 Reni affresca a Roma, nel casino del Palazzo Rospigliosi Pallavicini, l' Aurora opera che risente maggiormente dello studio della scultura antica oltre che della conoscenza di Raffaello e Correggio.

 Qui il tema mitologico si traduce in apparizioni sempre più immateriali e cromatiche, che intendono superare l'opacità della materia. L'autore, che è tra l'altro grande sperimentatore di tecniche pittoriche, riesce anche a fondere la normativa rinascimentale alla musicalità dei ritmi, accentuando i toni virtuosistici e dando al mito una trasposizione melodrammatica. Secondo Argan la teoria dell'idea attua un rapporto dialettico tra regola classica e natura. Alcuni elementi formali del linguaggio di Reni porteranno a un grande successo dell'autore in Francia dove artisti come Poussin e altri svilupperanno analoghe teorie estetiche. Il rischio dell'autore è di un eccesso di edonismo e dello sconfinamento nella finzione, elementi presenti in Atalanta e Ippomene (1620, museo di Capodimonte,  Napoli) esempio di meticolosa ricerca di perfezione formale e di realtà trasfigurata: in quest'opera le due figure dinamiche e fluttuanti emergono da un fondo scuro di memoria caravaggesca. Ma l'uso della luce è diverso: se Caravaggio indaga esaltando il segno e la tensione espressiva, Reni modella le figure sottolineandone la fisicità sensuale secondo canoni classici.

 Dopo la parentesi di Napoli del 1622 e di Roma del 1627, Reni si stabilisce definitivamente a Bologna. Dipinge in quegli anni per il duca di Mantova la favola profana delle Fatiche di Ercole (Museo del Louvre, Parigi), in seguito il Cristo al Calvario e Lucrezia. Degli ultimi anni si ricordano: Fanciulla con ghirlanda, opera significativa per conoscere il suo atteggiamento sperimentale nell'uso del colore, l' Adorazione dei pastori (1640-42, National Gallery, Londra) e Cleopatra (1640-42, Pinacoteca Capitolina, Roma).

Testo a cura di: Tribenet - La Tribù italiana dell'Arte

 
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